S. Ignazio di Antiochia

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In occasione del giorno della memoria di S.Ignazio di Antiochia (17 ottobre), vi proponiamo il seguente profilo del Vescovo antiocheno, martire in Roma, tratto dal 3° volume dell’Enciclopedia del Cristianesimo, diretta da Mons. Silvio Romani (Roma, Tariffi, 1947), p. 755.

Ignazio d’Antiochia, S. – Padre apostolico del sec. I-II. Secondo vesc. di A., scelto da S. Pietro. Durante una persecuzione fu condannato alle fiere e dovette prendere la via di Roma. Sostò a Filadelfia, a Smirne, ove fu accolto dal vesc. Policarpo e donde scrisse alle chiese di Efeso, Tralle e Magnesia, che avevano mandato i vescovi a salutarlo, e alla chiesa di Roma; poi fu ad Alessandra Troade, donde scrisse a Policarpo e alle chiese di Smirne e Filadelfia.

La data del martirio è da porre quasi certamente sotto Traiano (97-117), fra il 107 e il 108, oppure dopo il 115. Le sette lettere, di cui s’è detto con verità essere più che opera d’uomo, sono importantissimi documenti storici, religiosi e letterari del cristianesimo antico. Tali lettere insistono contro i pericoli di un’eresia gnostica e giudaizzante, che vuol conservare il rito di Mosè e attribuisce a Gesù un corpo apparente.

I. esalta con fervore e calore insuperabili l’episcopato monarchico: il vescovo dev’essere rispettato come il Signore che parla per sua bocca (Ef. 6,1); egli è simbolo del Padre, mentre i presbiteri sono il sinedrio di Dio e il consiglio degli apostoli (Trall., 3,1; Magn., 6,1); al vescovo bisogna obbedire; è valida solo l’Eucarestia celebrata da lui o da un suo incaricato; dov’è il vescovo, ivi sia il suo popolo, come la Chiesa è ovunque sia Gesù; chi onora il vescovo è onorato da Dio; chi fa qualcosa contro il vescovo rende un servizio al diavolo (Smirn., 8-9,1). Nella lettera ai Romani, la più nota, la più elevata ed eloquente delle sue epistole, I. esprime tutta la sua brama di martirio ed il timore che i Romani tentino di impedirglielo. In essa la frase «alla presidente dell’amore» è un chiaro riconoscimento del primato della Chiesa di Roma e del Papa.”

Chi ama il latino può consultare una interessante edizione antica, la Vindiciae Epistolarum S. Ignatii, pubblicata a Cambridge nel 1672, contenente uno studio del presbitero Joanne (John) Pearson (1613-1686), con cui difendeva l’autenticità delle lettere ignaziane.

Segnaliamo inoltre il programma delle celebrazioni ignaziane che si terranno dal 17 al 19 ottobre 2014.

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Alcune recenti pagine su Sant’Ignazio di Antiochia

                                        Leggiamo in Paolo Schiavo, Lettera a Diogneto (Roma, Il Filo, 2009) alcuni passi interessanti su Sant’Ignazio di Antiochia (pp. 87-91), a cui la chiesa dello Statuario è dedicata.

Una figura tra i martiri cristiani è rimasta emblematica in proposito ed è quella di Ignazio di Antiochia, il quale va incontro al martirio in un empito di gioia incontenibile.
Terzo vescovo di Antiochia, la città-metropoli medioorientale dove l’apostolo Pietro aveva avuto la sua prima sede e in cui era nato il nome cristiano usato per indicare i seguaci di Cristo, Ignazio fa del suo viaggio a Roma, dov’è condotto in catene, un itinerario crescente di gioia, come ci rivelano le lettere indirizzate alle comunità cristiane che incontra nel suo tragitto. Le numerose lettere infatti che egli scrive utilizzando uno strumento di comunicazione divenuto classico dopo l’uso che ne avevano fatto Paolo e gli altri apostoli, sono di una straordinaria importanza per le comunità cristiane, data la loro antichità – Ignazio ha certamente conosciuto gli Apostoli – ma noi non prenderemo in considerazione quei contenuti, bensì solo le motivazioni che egli adduce per spiegare la felicità che gli dona la prospettiva del martirio.

Per capirle sarà bene ricordare quanto già gli altri cristiani avevano posto in evidenza parlando del loro rapporto con Dio. Al pagano Cecilio, che abbiamo incontrato nell’opera di Minucio Felice, Ottavio aveva rivelato che i sacrifici più graditi a Dio sono “un animo buono, una mente pure, un sentimento immacolato”. Negli Atti di Filea il prefetto Culciano chiede al martire: “Di quali sacrifici si diletta il tuo Dio?” Filea risponde: “Di un cuore pure, di sentimenti sinceri e dei sacrifici di parole vere si diletta Iddio”.

Ecco, non si comprendono i martiri cristiani se non si afferra la dimensione interiore del loro gesto ultimo. Proprio perché essi hanno incontrato Dio nell’intimità e nella sincerità del loro cuore, sono in grado di dare di quell’incontro una testimonianza vera. La purezza e la pienezza della loro gioia è legata alla purezza e alla radicalità di quell’incontro: essendosi dati a Dio nella sincerità e nella totalità del loro cuore, tutto ciò che può accadere al loro corpo è parte complementare, non unica né primaria, della loro donazione. Si spiegano così le forti espressioni di Ignazio di Antiochia nella sua lettera ai Romani, quando dice di essere “frumento di Dio, macinato dai denti delle belve”. Quel che egli desidera è solo il compimento di un’offerta interiore già fatta e non è certamente l’espressione di un gusto sadico di morte. […]

[Immagine tratta da: http://www.reginamundi.info/padridellachiesa/ignazioantiochia.asp]